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Da questa sponda del tempo, che sembra
far impietrire bussole e orologi,
dove, non più quando, un giorno affonda
nell'altro come strati di pantano
sotto l'urlo incessante della pioggia -
e le voci, le azioni, le occasioni
sono rotti, impolverati giocattoli, -
non resta che un cane randagio, la presenza
più viva, forse, il limbo dell'attesa,
il getto impossibile di dadi...
Attesa o presagio, perché anche i corpi
sono assurdi e labili: torsi abbozzati
nella sabbia, lebbrose dita sul punto di
staccarsi. Qualcosa ci guarda fissamente
sull'altra sponda, con occhi magnetici;
nel folto un estraneo futuro attende,
immobile, in agguato forse, pronto
al balzo? Troppa nebbia ci separa,
un fiume di nebbia che fluttua sospirando.
Che cosa resta? Siamo noi il nostro futuro.
Ci resta la forza di tornare a vivere,
anche per gli altri, balzando insieme oltre
la paura e il calcolo, a piedi nudi
nel riso d'un tenero acquazzone, dono
che il cielo offre alla terra, senza ragione.
Ai primi fiori del mese di Marzo.